In a deserted factory, the bodies of concrete mixers come to life through the unexpected resonance of singing voices. Sound and touch reawaken the metal, uncovering buried stories of motherhood—where the told part is not a neutral space.
The notion of labor is redefined through these colossal metallic bodies of resonance—concrete mixers treated as productive organs, sites of a life’s work.
Human and non-human bodies alike are approached as generative sites, entangled in a shared choreography of effort, memory, and transformation.
Through a visual poem of words, dance and matters, the colossal forms of the cement mixers become transformative spaces—thresholds between the materiality of metal and the carnal presence of the dancing body.
(ITA)
In una fabbrica deserta, i corpi delle betoniere prendono vita attraverso l’inaspettata risonanza del canto. Il suono e il tatto risvegliano il metallo, riportando alla luce storie sepolte di maternità—dove la parte raccontata non è una zona franca.
Il concetto di lavoro viene risignificato attraverso questi corpi metallici colossali e risonanti—betoniere trattate come organi produttivi, luoghi del lavoro di una vita.
Corpi umani e non umani diventano siti generativi, intrecciati in una coreografia condivisa di sforzo, memoria e trasformazione.
Attraverso una poesia visiva di parole, danza e materia, le forme gigantesche delle betoniere diventano spazi trasformativi—soglie tra la materialità del metallo e la presenza carnale del corpo che danza.